Gli scarponi

Gli scarponi

La scelta degli scarponi è, spesso, un dramma dalle tinte fosche che può tramutarsi in tragedia. Diciamo subito che gli scarponi sono la cosa più importante per un escursionista.passeggiata in collina2

Un paio di scarponi che calzano bene saranno una garanzia di benessere e divertimento! In caso contrario avremo come compagni di viaggio vesciche e bruciori e anche, nel peggiore dei casi, distorsioni. Camminare con male ai piedi è la cosa peggiore che possa capitare ad un escursionista.

Quindi cominciano con una mitragliata di consigli su come scegliere i vostri compagni di cammino. Dimentichiamoci subito l’estetica. La bellezza non è sinonimo di comodità quindi mettiamola subito all’ultimo posto delle nostre priorità.

Di certo bisogna fare una cosa: andare in un negozio e provare le scarpe. Su internet li compriamo quando sappiamo esattamente cosa comprare e siamo sicuri che quel modello di quella marca hanno la conformazione giusta per il nostro piede. In caso contrario lasciamo perdere l’e-commerce e andiamo in un negozio (specializzato è meglio).

La scarpa ideale è quella che tiene salda la caviglia, non comprime il piede, tiene il tallone ben saldo, alle dita è permesso un minimo di mobilità e soprattutto non devono toccare la punta dello scarpone. Il piede non deve muoversi lateralmente o dall’alto in basso. Insomma bisogna sentirsi “bene” dentro gli scarponi.

Andiamo a comprare le scarpe al pomeriggio o alla sera. Useremo le scarpe per camminare e, di conseguenza, i nostri piedi si gonfieranno per la fatica. Sul finire della giornata avremo i piedi già “stanchi” e quindi proveremo gli scarponi in condizioni che si avvicinano all’utilizzo per il quale li compriamo: camminare a lungo su terreno impervio.

Provatene tanti. Non fermatevi al primo modello che vi sembra vada bene. Provate marche diverse e modelli diversi della stessa marca. Molte marche specializzate hanno i mezzi numeri e anche i tre quarti (io per esempio indosso una taglia 7 ¾ ); il “nostro” scarpone lo troveremo solo provando, provando e riprovando. Una piccola prova empirica potrebbe aiutarvi a trovare il numero giusto. Calzate lo scarpone completamente slegato, portate il piede in avanti fino a toccare la punta con il pollice e infilate il vostro indice tra la scarpa e il calcagno. L’indice deve starci dentro giusto, non troppo stretto e neanche troppo largo. Una volta allacciato correttamente la scarpone dovrebbe andare bene.

Un altro consiglio: portatevi i vostri calzettoni. Eviterete di usare quelli del negozio e provate le scarpe con le calze che mettete di solito.

Una volta indossati gli scarponi camminateci dentro. Andate avanti e indietro nel negozio, cercate delle scale per sentire come vanno sia in salita e, soprattutto, in discesa. Ci sono negozi che offrono terreni di test (sassi, ghiaia, piccole salite scalinate). Non stancatevi di provare gli scarponi, una scelta superficiale potrebbe costare cara alle vostre estremità e farvi comprare scarpe che non indosserete più.

Permettetemi un inciso. Non sottovalutate questa storia della discesa; è in discesa che vengono le vesciche, che si anneriscono (e saltano) le unghie, che si prendono le storte. La discesa la si fa quando si è già stanchi, magari le scarpe sono allentate, si presta meno attenzione a dove si mettono i piedi, si pensa che il difficile sia passato e ci si distrae. Legare bene le scarpe prima di iniziare una discesa e tenere acceso il cervello fino alla fine dell’escursione sono precauzioni fondamentali.

Ma torniamo ai nostri scarponi. Le cose che ci devono colpire in una pedula sono: comodità, impermeabilità e il peso. Su comodità e peso vale la prova pratica. Sono due aspetti che non sono quantificabili: ci sono persone che preferiscono scarponi leggeri e agili e altri che rimpiangono continuamente i koflach a struttura rigida. La scarpa che “sentite” meglio è quella giusta, secondo me una via di mezzo ci darà una scarpa che possa andare bene sia d’estate che d’inverno e che ci consenta anche ramponcini e ciaspole.scarponi

Riguardo all’impermeabilità ci rimettiamo a quella invenzione/rivoluzione straordinaria che è il Gore Tex. Questa membrana consente alla scarpa di traspirare (quindi permette all’umidità all’interno della scarpa di uscire all’esterno) e la protegge dall’acqua (che non può entrare). L’ideale per i nostri piedi, il sudore non ristagna nella scarpa, non “cuoce” il piede e ci consente di guadare un ruscello senza bagnare i piedi (a condizione di non farci entrare l’acqua da sopra).

Infine la suola. Guardatela, toccatela, provate a torcere la scarpa per saggiarne la rigidità. Anche in questo caso ci sono mescole più o meno rigide. Ricordiamoci che cammineremo su tratti accidentati e che avremo bisogno di buona presa sui sentieri ma anche su rocce o pendii ripidi e non solo in posizione frontale ma anche in laterale; infine dovranno assorbire urti e sollecitazioni e “tenere” anche su terreni umidi e scivolosi. La scritta gialla “Vibram” sulla suola di solito è garanzia di una buona mescola che rispetta tutte queste richieste.ciaspole

Ripeto: l’ultimo consiglio è che gli scarponi vi devono far sentire “bene”. Non abbiate fretta nel comprare, non abbiate timore di annoiare chi vi sta aiutando. Spesso il dipendente del negozio è una persona che pratica il vostro sport e che vi può consigliare per esperienza e non solo perché è pagato per vendere. Cercate il “benessere” dei vostri piedi e vi risparmierete ore di sofferenza e soldi buttati.

Buon cammino a tutti.

Lo zaino (come riempirlo)

Partiamo subito con una cosa banale solo in apparenza. Il contenuto dello zaino va ridotto all’essenziale e distribuito in modo razionale così da trasportare facilmente il carico. La posizione degli oggetti all’interno dello zaino è fondamentale.

Partiamo dalla testa. I documenti ci servono solo per il viaggio da casa al luogo dell’escursione. Durante la salita non utilizzeremo di certo la patente, le chiavi di casa o il portafoglio quindi possiamo metterli nella tasca porta documenti che di solito si trova all’interno della testa dello zaino

La testa del nostro zaino ha anche una tasca esterna. Quello è il posto della cartina e di tutto quello che ci serve per orientarci sul percorso (bussola per esempio).

Le cose che usiamo più frequentemente troveranno posto nelle tasche laterali. Qui possiamo alloggiare tutte quelle cose che ipotizziamo di usare spesso e che abbiamo bisogno di trovare senza smontare tutto lo zaino come borraccia, barrette energetiche, un piccolo asciugamano, una bandana, cappellino, mantellina anti pioggia.

All’esterno dello zaino abbiamo delle cinghie con le quali possiamo sistemare i bastoncini (magari mettendo le punte in basso per evitare di fare da parafulmine in caso di temporale). Se abbiamo delle cinghie sul fondo dello zaino possiamo usarle per oggetti ingombranti come tenda e/o materassino cercando di farle diventare compatte e solidali con lo zaino stringendo bene le cinghie.

Passiamo ora all’interno. Mettiamo viveri, vestiti e oggetti personali il più possibile vicino alla schiena per evitare di sballottarli e cercando di mettere le cose più pesanti in alto (così si portano meglio). Le cose che utilizziamo più raramente vanno messe in fondo. Questo è il posto del sacco letto o della biancheria di ricambio.

Infine, dividendo l’interno del nostro zaino in tre zone, possiamo dire che in fondo ci mettiamo le cose che useremo solo all’arrivo della nostra escursione, nel mezzo ci mettiamo i vestiti di ricambio e i viveri, sopra a tutto mettiamoci il pronto soccorso e gli indumenti protettivi (giacca a vento, pile, guanti, ecc.)

Ecco un piccolo esempio del contenuto dello zaino:

Borraccia o camel bag, coltellino multiuso, mantellina o giacca anti pioggia, un cappello idrorepellente, un indumento per il freddo (pile), maglietta e calze di ricambio, una bandana o un fazzoletto, un kit di pronto soccorso (cerotti, garza, repellente anti zanzare, fazzoletti disinfettanti, medicinali di uso consueto), torcia elettrica, fiammiferi, cellulare con batteria carica, protezione solare, occhiali da sole, un piccolo beauty case (spazzolino, dentifricio, sapone, pettine), cibo di emergenza (barrette energetiche, zucchero, un paio di bustine di thè, caramelle di zucchero e frutta, cioccolato, integratori di sali minerali), un paio di guanti e una cuffia.

Infine ancora un paio di consigli:

prestate attenzione al contenuto e alla disposizione degli oggetti nello zaino. Sarete molto felici di recuperare velocemente la mantellina anti pioggia in caso di temporale, avere una barretta energetica in un momento di calo di zuccheri o avere una protezione 50 se camminate sulla neve in una giornata assolata.

Non dimenticate un paio di guanti. In qualsiasi stagione e con qualsiasi tempo avere un paio di guanti con i quali proteggersi se ci si deve attaccare ad una corda, ad un cavo di acciaio o a una “maniglia” di roccia potrebbe rivelarsi decisamente utile per evitare di farsi del male in posti dove potrebbe essere un problema anche solo togliersi lo zaino per mettersi un cerotto.

Buon cammino a tutti

Lo zaino (la scelta)

Lo zaino è la “casa” dell’escursionista. Tutto il nostro mondo, tutto ciò che ci serve o che ci potrebbe servire sta nello zaino. La scelta dello zaino è fondamentale e deve essere proporzionato al tipo di attività che andiamo a fare. Mi spiego. Uno zaino da 80 lt di capienza è decisamente sovradimensionato ad una escursione giornaliera e lo zaino scolastico che il figlio usava alle elementari non ci servirà molto in un trekking di più giorni sulla GTA (Gran Tour delle Alpi).fronte

Quindi ne deduciamo che lo zaino deve essere adeguato alle nostre prestazioni atletiche, al nostro fisico e al nostro allenamento.

Diciamo che lo zaino non dovrebbe superare il 15 – 20% del nostro peso. Un individuo ben allenato di 70-80 kg di peso porterà, in modo continuativo, un ventina di chili sulle spalle; senza allenamento dovrà accontentarsi di una decina o poco di più. Ovviamente il peso non è l’unica variante da tenere presente. Conta anche il come lo si porta che (tradotto nel linguaggio degli zaini) vuol dire prestare molta attenzione a spallacci, basto, schienale e telaio.

Parliamo di Spallacci. Questi ultimi sono i responsabili di come il peso si scarica sulle nostre spalle e sulle nostro bacino. Forse non tutti sanno che ci sono gli zaini da uomo e da donna. Beh non è difficile accorgersi che, sul davanti, le donne sono fatte diverse dagli uomini e che spallacci confortevoli sul torso di un uomo possono comprimere (e risultare decisamente scomode) zone particolari delle signore escursioniste. Per questo esistono specifici spallacci sagomati per evitare di comprimere la parte alta del torso e risultare molto più comodi da portare dalle nostre compagne di escursione.

Il basto e lo schienale sono le due parti che si interpongono tra la nostra schiena e il contenitore alle nostre spalle. Regole vere e proprie non esistono. Ogni marca haretro conformazioni particolari tutte mirate ad aumentare il comfort e la distribuzione del carico sulla nostra schiena. Molti adottano cinghie e tiranti che ci permettono di “compattare” lo zaino facendolo diventare un corpo unico con la schiena. Più lo zaino è solidale con la schiena e meno fatica si farà. A questo punto non possiamo esimerci da due parole sullo schienale. Diciamo che ogni escursionista ha le sue preferenze. Io, per esempio, amo gli schienali con la rete. Stanno piuttosto distanti dalla schiena e permettono una grande circolazione di aria tra me e il peso. Circolazione d’aria vuol dire meno sudore sulla schiena ma vuol dire anche il peso leggermente più spostato in fuori rispetto agli zaini con schienali con una specie di cuscino sagomato e realizzato in materiale ipertraspirante che sta molto più vicino alla schiena e che si “sente” molto più solidale. Ognuno dice la sua su questo argomento e poi ognuno si tiene il suo zaino convinto di avere fatto la scelta migliore. In realtà è una cosa molto personale e non c’è un torto o una ragione. La soluzione ideale è quella che ti fa sentire lo zaino più facile e “leggero”.

Il telaio è in genere proporzionato alla capienza dello zaino. Più lo zaino è capiente e più il telaio dovrà essere in grado di supportare il carico. Il telaio è anche un limite per il portatore e deve essere proporzionato alla schiena che ospita lo zaino. Va da sé che un atleta di 100 kg ha una schiena diversa da una signorina di 50 e quindi anche i loro zaini dovranno avere dimensioni diverse; è per questo che esistono diverse misure di zaini, perché ognuno abbia il suo ideale.

Infine due parole sul volume. Il volume dello zaino si misura in litri. Uno zaino fino a 20-25 lt di capienza è uno zaino per piccole escursioni estive facili e rilassanti. In uno zaino come questo ci mettiamo il cibo, le bevande, giacca anti pioggia, il plaid per stenderci su di un prato e poco altro (la crema solare per esempio).

A partire dai 30 lt fino ai 50 abbiamo zaini per escursioni più impegnative che ci fiancopermettono di ospitare anche sacchi a pelo, sacco lenzuolo, magliette e calze di ricambio e perfino la giacca a vento.

Oltre i 50 lt (fino a 80, 100 lt) abbiamo zaini per trekking plurigiornalieri che ci permetteranno anche la tenda.

Questi, in soldoni e piuttosto superficialmente, le volumetrie a disposizione che si differenziano anche per il peso a vuoto. Poco più di un chilogrammo per i più piccoli, un chilo e mezzo per quelli medi e un paio di chili per quelli grandi.

L’escursionista medio delle nostre montagne ha di solito uno zaino che va dai 30 ai 40 lt di capacità e di solito non ha più di una decina di kg di peso. In questa categoria c’è una vastissima scelta di zaini e quasi tutti validissimi.

Infine una raffica di consigli volanti:

  • Evitate gli zaini scolastici dei figli. Non sono fatti per camminare in montagna, sono larghi, bassi, scaricano tutto il peso sul bacino e gli spallacci vi segheranno le spalle; l’ideale per rovinarvi una giornata estiva.
  • Gli zaini di una volta (quelli con il telaio di alluminio) lasciateli in soffitta, vi prego. Sono pesanti anche se sono vuoti e spesso hanno tasche laterali enormi che se non riempite in modo equilibrato saranno un problema.
  • Lasciate perdere quegli zainetti in offerta da decathlon a 5 €. Non sono fatti per la montagna e hanno spallacci ridicoli che si faranno ricordare dai muscoli delle spalle nei giorni seguenti all’escursione.
  • State attenti alle tasche laterali. Sono molto comode ma vanno riempite in modo equilibrato. Cercate di avere lo stesso peso sia da una parte che dall’altra e, soprattutto, non esagerate a riempirle. Sono fatte per la borraccia, il portafoglio e il cappello. Cercate di mettere tutto “dentro” lo zaino così che il peso sia più facile da gestire. Controllare anche che siano conformate in modo da scomparire nello zaino se non utilizzare così che non creino ingombri laterali.
  • Cinghie e lacci esterni possono essere utili per tenerci i bastoncini o appenderci una maglietta ma vanno usate con attenzione. Ogni materiale esterno può diventare un oggetto che si impiglia da qualche parte e vi mette in difficoltà.coprizaino
  • Cercate uno zaino che abbia la possibilità di accesso anche dall’esterno. Un riempimento frettoloso mette le cose che servono in fondo. Avere un accesso rapido dall’esterno (senza aprire la testa dello zaino) può essere comodo. Quindi una cerniera che corre sull’esterno dello zaino e che può essere aperta sia dal sopra che dal fondo dello zaino potrà tornare utile.
  • INFINE, ultimo ma non ultimo, il coprizaino. In caso di pioggia o neve vi salverà il contenuto. Gli zaini sono impermeabili ma se piove forte, o se si rimane sotto l’acqua a lungo ci potrebbero essere delle infiltrazioni (un cerniera chiusa male, la testa non perfettamente agganciata) quindi un guscio coprizaino è fondamentale. Alcuni zaini lo hanno incorporato (racchiuso in una apposita tasca della testa o sul fondo dello zaino) in caso contrario lo si può comperare per una cifra ragionevole. Saranno soldi ben spesi, ve lo assicuro.

Buon cammino a tutti.

a01

Il paradosso dell’altruismo

Spesso, in montagna, ci capita di sentire le marmotte che fischiano. Premesso che le marmotte non sono delle burlone e non ci prendono in giro il fischio è un segnale di avvertimento, di segnalazione di un pericolo in arrivo.

marmotta_2

Ora vorrei chiedervi di soffermarvi un attimo su queste ultime parole: pericolo in arrivo. La domanda che mi sono sempre fatto è: “perché una marmotta deve fare una cosa così stupida?” Se ci pensiamo bene sarà anche bello pensare che ci siano individui così altruisti da sacrificarsi per gli altri ma perché un individuo dovrebbe attirare su di sé l’attenzione di un predatore senza averne un qualche vantaggio? Se lo scopo della vita è quella di trasmettere i miei geni alla mia prole (e quindi di perpetuare la mia specie) che senso ha dare le coordinate di atterraggio ad un’aquila giocandomi così le possibilità di sopravvivenza? Così cercando risposte e ho trovato delle formule matematiche:

  1. fitness diretta persa = r (tra A e B) x p (numero di figli persi)
  2. fitness diretta guadagnata = r (tra i figli di A e i figli di B) x g (parenti guadagnati)
  3. fitness complessiva = punto 2 – punto 1

…e adesso cerco di spiegarmi.

Il problema sta nella trasmissione dei propri geni e rispondere alla domanda: cosa ci guadagno a sacrificarmi (il tutto tratto da John Maynard Smith che ha studiato la kin selection o meglio la selezione di parentela).

Se due individui sono imparentati esiste una certa possibilità (uguale al valore di r) che il gene X sia presente in entrambi, da questo si deduce che una parte dei geni dell’altruista siano presenti anche nel corredo genetico dei figli del parente che ha aiutato e che, quindi, continueranno a esistere dopo il suo sacrificio.

Il meccanismo funziona così: l’altruista A cede una quantità della proprio fitness a B (difendendo il nido, lanciando allarmi in presenza di predatori); a questo punto possiamo avere due casi:

  • A e B non sono parenti, A viene mangiato e non ha nessun vantaggio
  • A e B sono parenti di grado r. In questo caso A e B hanno in comune una parte di geni e quindi il sacrificio di A aumenterà la fitness di B e dei suoi discendenti (con i quali A condivide una parte dei geni).

Ma tutto questo, per A, è davvero conveniente? Dipende da quattro parametri

  1. il grado di parentela tra A e la sua prole, che si può indicare come r (AB)
  2. Il grado di parentela tra A e la prole di B cioè r (A-figli di B)
  3. Il numero di figli persi da A
  4. Il numero di figli che B avrà in più grazie al sacrificio di A

Vediamo allora come questi valori influenzano la faccenda e se riesco a spiegarmi in modo esauriente:

A si sacrifica e rinuncia ad avere 1 figlio, perde l’occasione di trasmettere ½ dei propri geni. Genitori e figli hanno un coefficiente di parentela r pari a 0,5 perché ogni genitore con riproduzione sessuata cede metà dei propri cromosomi ai figli, ovvero condivide con loro la metà dei geni.

Se A non si sacrificasse passerebbe il 50% del proprio corredo genetico alla prole ma lui si sacrifica e favorisce B che è suo fratello: avremo quindi r-(AB)= 0,5

Grazie al sacrificio di A l’individuo B avrà 8 figli. Il valore di r cambia perché dobbiamo calcolare il rapporto di A con i suoi nipoti (i figli di B): r (A – i figli di B)= 0,25

A questo punto quale è la situazione di A? Ha perso un figlio (0,5) ma ha guadagnato 8 nipoti (0,25×8=2). Secondo la teoria di Hamilton A ha totalizzato 1,5 punti di fitness complessiva, dimostrando come ad A sia convenuto il sacrificio rispetto alla riproduzione (2 – 0,5).

marmotta_1

Questo calcolo trasforma quella che sembrava una scelta “etica” in una “convenienza biologica” e mi consente di ricordare quanto sia difficile (per noi umani) non antropomorfizzare il comportamento degli animali. Spesso noi guardiamo al mondo animale con occhi da “uomini” dimenticando che è quasi impossibile che un animale adotti un comportamento umano, hanno altri parametri, vivono in un altro mondo e noi dobbiamo ricordarci sempre che vivono la vita da un altro punto di vista. Questo gli studiosi lo sanno bene ma noi (poveri manovali della natura) abbiamo il difetto di proiettare sugli animali (ma non solo sugli animali) il nostro modo di vedere e di vivere il mondo e di trarre le conclusioni sbagliate perché sbagliamo i presupposti usando un metodo di osservazione “umanocentrico” invece di sforzarci di essere obbiettivi.

Parliamo di Fitness

Fitness, descrive il grado di adattamento di un individuo. La fitness è alta negli individui portatori di geni vantaggiosi ed è un parametro dinamico che varia continuamente nel tempo secondo le condizioni ambientali, il comportamento degli altri individui, gli effetti del caso.

Immaginiamo, per esempio, che una popolazione di granchi sia composta da 3 categorie di individui:

  1. normali, che hanno chele di dimensioni medie;
  2. piccoli, che hanno chele molto piccole,
  3. grandi, con chele enormi.

chele

In questo caso arbitrario possiamo ipotizzare che i granchi con chele giganti siano avvantaggiati quando combattono per difendere una zona riproduttiva: essi usciranno vittoriosi dagli scontri ritualizzati, mostrandosi ben più forti sia dei granchi normali, sia dei granchi piccoli.

Il granchio grande sembra essere “il più adatto“.chele1

Se però consideriamo questo stesso caso da un’altra prospettiva, la situazione si ribalta.

Immaginiamo infatti che intervengano anche degli uccelli predatori: il granchio con chele enormi è molto più visibile degli altri due tipi di granchi e verrà catturato più facilmente. Il granchio gigante, dunque, tende a riprodursi di più, ma anche a vivere di meno.

chele2

Per capire se per questi granchi sia meglio essere grandi, medi o piccoli, bisognerà considerare un complicato bilancio di costi e benefici nelle diverse condizioni.

Spesso si è dimostrato che tutte le soluzioni vanno bene: la strategia “essere più piccoli ma mimetici” e quella “essere molto visibili ma forti” sono alternative equivalenti che forniscono entrambe una buona fitness.

Resta comunque valida la regola secondo cui qualunque sia la condizione “migliore”, essa varia facilmente nel tempo.

Nell’esempio considerato, gli uccelli predatori potrebbero imparare che anche se è più difficile cacciare un granchio di dimensioni normali, tuttavia è più facile mangiarlo.

Gli uccelli allora li cacceranno con più accanimento i granchi normali e quelli grossi saranno doppiamente avvantaggiati: non avranno rivali nei combattimenti e non avranno molti predatori.

Anche questa condizione può non rimanere stabile.

Dopo un po’, infatti, il numero di individui normali potrebbe ridursi drammaticamente. In questa nuova situazione, i granchi grossi sono decisamente svantaggiati: hanno chele grosse sproporzionate agli scontri con i rivali (i granchi medi non rappresentano più un ostacolo, e per opporsi a quelli piccoli basterebbero chele normali) e, per di più, sono molto esposti agli attacchi degli uccelli predatori che, non trovando più granchi medi, riprenderanno a cacciare quelli che vedono con più facilità, ovvero i granchi grossi.

 

Anche se l’esempio non è reale, esso illustra come la fitness sia difficile da calcolare e come e possa variare facilmente nel tempo. Per questo gli studi basati sulla valutazione della fitness devono essere condotti con molta cura.

Tratto da: “Etologia” di Emanuele Coco. 2007 Giunti Editore Spa

La Cimice assassina

Cari lettori, come non parlarvi di Rhynocoris iracundus! Lo so che il nome non vi dice molto ma, per gli amici umani, il suo nome è cimice assassina ed è un animale, vi assicuro, molto interessante.
Ma andiamo con ordine e cominciamo dalla carta di identità:
Phylum: Arthropoda
Classe: Insecta
Ordine: Heteroptera
Famiglia: Reduviidae
Genere: Rhynocoris
Specie: Rhynocoris iracundus (Poda, 1761)
Nome comune: cimice assassina
Lunghezza: 12-16 mm

Ora che è tutto molto più chiaro, andiamo avanti. Innanzi tutto dobbiamo dire che il suo nome volgare non è certamente usurpato. Rhynocoris iracundus è un capokiller professionista (come tutti i reduviidi). Ha zampe potenti e robuste, le due anteriori sono principalmente usate per catturare le
prede (funzione raptatoria) mentre l’apparato boccale è (per usare un termine tecnico) pungentesucchiante
diviso in tre articoli chiamato rostro.

Gli adulti sono presenti nel periodo estivo, ed attendono le proprie prede (es. larve di lepidotteri o ditteri) in agguato su fiori e foglie di piante erbacee ed arbustive. La loro è una caccia
all’appostamento. Stanno immobili e aspettano che la preda arrivi alla portata delle loro zampe anteriori le quali terminano con un grosso e potente uncino. Una volta “agganciata” la preda la attirano a sé e la pungono con il rostro iniettando una sostanza che “scioglie” l’interno del corpo della vittima così da poterlo succhiare.Rhinocoris iracundus-7
Lo so che detto così sembra un poco truce ma, se vi ricordate cosa scrissi a proposito degli icneumonidi, nel mondo degli insetti c’è di peggio. Comunque ai Reduviidi il pranzo piace così e, come spesso succede agli insetti che cacciano aspettando la preda, loro attaccano tutto quello che riescono ad afferrare e pungono (e mangiano) anche le loro stesse neanidi (i loro piccoli), in particolare i piccoli di R. erythropus non ricevono molte coccole dai loro genitori.

Anche l’uomo non è al sicuro dalla cimice assassina e, in genere, non la prende molto sportivamente. La puntura può essere fastidiosa (dipende molto da quanto tempo ha l’insetto per iniettare il liquido) e può provocare arrossamenti e irritazioni anche dolorose; certamente questo è
uno dei casi dove la vendetta si consuma a caldo e, in genere, il nostro insetto non se la cava benissimo. Il nostro iracundus è comunque da preferirsi ai suoi cugini tropicali che, essendo specie ematofoghe, possono trasmettere con la loro puntura, Protozoi patogeni (es. Triatoma infestans) che provocano una malattia che si chiama malattia di Chagas (dal nome del malariologo Carlos Chagas che la scoprì nel 1907). È una malattia curabile se presa in tempo ma problematica se si cronicizza. Si stima che, nel 2015, da 7 a 8 milioni di persone, per lo più residenti in Messico, America Centrale e Sud America, abbiano la malattia di Chagas e che ne muoiono 45 000-50 000 all’anno, principalmente per la forma cardiaca cronica. Un’aritmia fatale (fibrillazione ventricolare) è la causa di morte cardiaca improvvisa nel 60% dei casi.Rhinocoris iracundus

L’habitat è il nostro: prati e siepi di pianura e collina; riguardo alla distribuzione possiamo dire che è specie paleartica, distribuita in modo frammentario in Europa ed in Medio Oriente; presente in tutta Italia ed in Sicilia, di dubbia presenza in Sardegna.
La famiglia dei Reduviida comprende 7000 famiglie ripartite in un migliaio di generi e si litiga sul numero delle famiglie (alcuni autori ne definiscono 20-25 altri almeno 30) ed è una delle più numerose dell’ordine Heteroptera.

Senza titolo-1piccolo

 

 

panorama

E poi succede che ti viene voglia di un tramonto. Un tramonto mi mancava da così tanto che corro a casa, raccatto la borsa e scappo in collina. Spengo l’automobile, decido di usare solo un obiettivo e monto uno zoom 100-300. Potrà sembrare

foto 001
foto 001

bizzarro scegliere un teleobiettivo così forte per fare panorami ma non ho mai avuto un buon rapporto con i grandangolari (li considero i più difficili in assoluto) inoltre il tele mi offre la possibilità di vignettare e quindi di concentrarmi solo sulle cose che mi piacciono.

La prima foto è, ovviamente, quasi uno schifo (001).

Ho la macchina in manuale e quindi sbaglio il fuoco, il diaframma e il tempo: tutto sommato poteva andare peggio, ho solo una leggera sfocatura; ma la luce c’è (002) e questo mi conforta (non sono venuto per niente! Si può fare qualche cosa di buono!).

Cerco quindi qualche scorcio mentre aspetto che il sole si decida ad accendersi (003, 004, 005) e poi, finalmente, accade (006).

Improvvisamente mi rendo conto che non avrò il tempo di spostarmi per trovare un’angolazione migliore, posso arretrare di un passo, spostarmi di un metro a sinistra ma niente di più: il momento è arrivato.

foto 002
foto 002

Adesso è l’ora (007) e non ci sarà tempo per nessun ripensamento…. inquadro il sole e poi cercando il sole vedo una foglia. Ovviamente è li che mi guarda da un po’ di tempo e io sono così zuccone che ci metto un sacco a vederla ma poi (008 e 008a) comincio a provare e ho il tempo per ben sette (7) scatti. Alla fine ne resta solo una; ho ancora tempo per un ultimo panorama e poi è ora di rimettere al caldo la fotocamera e tornare a casa.

È stato un continuo attivare a disattivare l’autofocus per costringere la fotocamera a fare quello che volevo io e il program quasi sempre inserito, sessantuno scatti dalle 18:19 alle 18:43 di giovedì 22 ottobre 2015 sulle colline del Fara DOC tra Fara e Sizzano e due foto decenti (008b e 009). Beh, poteva andare peggio.

foto 003
foto 003
foto 004
foto 004
foto 005
foto 005
foto 006
foto 006
foto 007
foto 007
foto 008
foto 008
foto 008a
foto 008a
008b
foto 008b
009
foto 009

il Rosario Fiorito di Alagna

Da dove partire per raccontarvi la magia del Rosario Fiorito. Dall’atmosfera? Dalla titzschu (l’antica lingua dei walser)? Dalla glaciologia? Dalla leggenda?stendardo

Confesso che sono un poco in difficoltà; la guida che c’è in me (quella che studia e si impegna seriamente) pensa alla piccola era glaciale che, a partire dalla fine del ‘500 provocò, su scala pressoché globale, un deciso peggioramento del clima. La conseguenza più evidente fu, nell’area alpina, forti oscillazioni delle dimensioni dei ghiacciai che cominciare a invadere alpeggi sgombri fino a quel momento. Come scongiurare la perdita di pascoli se non rivolgendosi alla Madonna che intercedesse presso il Padre per frenare l’avanzata dei ghiacci e così in molte località alpine ci furono processioni che raggiungevano i ghiacciai che diventavano luogo di preghiera e di supplica e che diventeranno, in seguito, occasione di ringraziamento per la stagione estiva che sta per finire.

Ma, sempre la guida, (quell’altra, quella affascinata dalle leggende e dalle storie di un tempo) non può dimenticare che, per gli alagnesi, il ghiacciaio era il luogo dove l’anima del trapassato doveva sostare prima di salire in cielo. Il caro estinto doveva essere aiutato dalle preghiere dei viventi e, per essere più efficaci, le preghiere dovevano essere recitate sul luogo. Recitare il rosario con le ginocchia nude sul ghiaccio non era certo cosa agevole ma la salvezza dell’anima del congiunto unito alla credenza che il tempo trascorso pregando sul ghiaccio sarebbe stato “scontato” nell’aldilà abbreviando, o addirittura evitando, la sosta prima di salire tra i beati lo rendeva una pratica piuttosto diffusa. Ricordo di avere letto, qualche tempo fa, che alcune donne, nei giorni successivi la dipartita di qualche caro, andavano al ghiacciaio e scavavano degli scalini nel ghiaccio per agevolare l’anima nella salita del ghiaccio.CIMG3800

Che le anime dei morti vaghino per i monti in processione è una credenza che si ritrova un poco in tutte le Alpi, la variante alagnese vuole che allo scoccare della mezzanotte del 1° novembre le anime dei morti lascino i cimiteri e salgano ai ghiacciai con il dito mignolo acceso come una candela. Dal ghiacciaio gli spiriti puri proseguiranno verso il mondo dei beati mentre gli altri sprofonderanno nel ghiaccio, e ne usciranno solo quando riusciranno a scavarsi una via di uscita usando uno spillo; allora si vedrà una colomba bianca (per gli alagnesi) o una farfalla (per i Rimesi) elevarsi verso il cielo e salire in alto.

Infine, la guida, (l’ultima, quella un poco più noiosa delle date e dei documenti) deve ricordare che questo è un evento datato 1683 o 1684 (a seconda delle fonti). Probabilmente, il nome fiorito arriva dall’usanza di gettare petali di fiori, o fiori, alla recita dei misteri del rosario.HPIM0601

Altre interpretazioni locali vogliono che il nome derivi dal fatto che alcune letture della liturgia si rifacevano alla flora; ogni mistero commentato era un fiore.

La tradizione vuole che si parta dalla parete di Flua dove, in una piccola nicchia della roccia c’è una statua della Madonna (Chapulti under d’Flua) poi attraverso gli alpeggi di Schafejaz, Blatte, Bitz, Pile e Stigu; ad ogni tappa vengono recitati i Misteri del Rosario ed intonati canti nell’antica lingua madre da parte dei rappresentanti delle varie comunità Walser che intervengono alla manifestazione.

La Processione è aperta dal “baculum” che sorregge il Crocifisso e dallo stendardo della Confraternita, seguiti da uomini e donne in costume Walser, che portano le antiche lanterne.CIMG3829

La settima sosta è all’Oratorio di Sant’Antonio Abate, presso le miniere di Kreas: qui viene celebrata la Messa solenne e il parroco benedice le immagini sacre da distribuire ai fedeli.

Il giorno che succede è la domenica più prossima alla festa della Madonna del Rosario. Gli alagnesi lo chiamano Der Dancktog (il giorno del ringraziamento) perché è il momento di ringraziare la Madonna per la sua protezione, per i raccolti per la sua vicinanza alla gente di Alagna e alla gente di montagna tutta.HPIM0635santino1

Mimetismo

Volucella Vespa
Volucella – Vespa

“mimetismo” è una parola che deriva dal greco mímesis che significa imitazione. Per la maggior parte delle persone il mimetismo è quella caratteristica che permette, a chi la adotta, di confondersi con l’ambiente circostante e di passare inosservato; in genere per salvarsi la vita.

Certo, mimetismo è anche questo ma non solo. In biologia ci sono diversi tipi di mimetismo ognuno dei quali usa una forma, una colorazione o un atteggiamento che permette all’individuo di perseguire i suoi scopi. Ma andiamo per ordine e cominciamo da quello che tutti conoscono e che, in realtà, non è considerato il vero mimetismo: il mimetismo criptico (dal greco kriptòs = nascosto). Con questo termine si indica l’assunzione di forme, colori e comportamenti tali da rendere l’individuo simile all’ambiente circostante o a parti di esso. Tanto per fare un esempio eccovi una foto di (Gonepteryx rhamni) che vi mostra come questa femmina assomigli ai petali del narciso (potrei citarvi anche l’insetto stecco). 

Gonepteryx rhamni
Gonepteryx rhamni

Si parla anche di mimetismo aggressivo quando il criptismo è sfruttato come uno strumento per migliorare l’attività predatoria: un classico esempio é rappresentato dalla mantide religiosa (Mantis religiosa) che si nasconde fra l’erba dei prati per tendere agguati agli insetti di cui si nutre.

Mantis religiosa
Mantis religiosa

Il vero mimetismo viene invece inteso con il mimetismo fanerico (o di ostentazione) e si usa per indicare l’imitazione di un’altra specie, tossica o pericolosa, dotata di colori aposematici. Questo è detto mimetismo in senso stretto.

L’aposematismo è la colorazione di una parte più o meno estesa del corpo di un animale a fini di avvertimento contro possibili predatori. Gli animali che utilizzano colori aposematici sono tossici o velenosi, oppure hanno semplicemente un sapore sgradevole, per le specie che potrebbero utilizzarli come nutrimento (Coccinella septempunctata).

coccinella septempunctata
coccinella septempunctata

Così l’individuo che adotta questa strategia è uno che vuole essere visto, anzi è come se gridasse “Hey! Sono qui, mi vedi?”. Il predatore lo scambia per una specie tossica o velenosa (comunque sgradevole) e lo lascia stare. È il caso di Volucella zonaria una mosca (un dittero) che si traveste da vespa (che è un imenottero) perché le vespe hanno un sapore sgradevole e, per questo, hanno meno predatori delle mosche, inoltre le vespe sono aggressive e si irritano facilmente (diversamente da quei poveri diavoli di mosche).

Una cosa simile al mimetismo fanerico è il mimetismo batesiano. Questo mimetismo si verifica quando una specie animale, innocua e inerme di fronte ai predatori, sfrutta la sua somiglianza con una specie aposematica che vive nello stesso territorio, arrivando a imitarne colorazione e comportamenti. Condizione necessaria per lo sviluppo del mimetismo batesiano è che la specie inerme condivida lo stesso tipo di predatori di quella aposematica.

Poi abbiamo il mimetismo mülleriano. Due o più specie lontane filogeneticamente, tutte inappetibili, si imitano a vicenda e perciò condividono la stessa colorazione aposematica. Questo avvantaggia tutte le specie interessate, dato che i predatori devono imparare un unico segnale di avvertimento, anziché uno diverso per ogni specie, e di conseguenza il numero di individui di ogni specie sacrificati per consentire questo apprendimento diminuisce. Ad esempio il lepidottero zigenide Zygaena ephialtes imita l’Erebidae Amata phegea e altre specie dello stesso genere.

Amata phegea
Amata phegea
Zygaena ephialtes
Zygaena ephialtes

Mimetismo emsleyano o mertensiano. Questo particolare mimetismo descrive l’insolito caso in cui una preda dal veleno letale imita una specie meno pericolosa. Di solito succede il contrario se però esistono altre specie, non letali come quella aposematica, ma che comunque possano nuocere al predatore (ad es. con un veleno moderato, oppure con un morso doloroso), quest’ultimo può imparare a riconoscere quei colori come un segnale di pericolosità ed evitare quell’animale.

In pratica se io preda uccido il mio predatore lui imparerà a sue spese che io sono letale ma non potrà insegnarlo a nessuno. Se io assumo la livrea di un aposematico dal gusto repellente il cacciatore eviterà di attaccarmi ed io avrò ottenuto il risultato di evitare grane. Esempio tipico di questo tipo di mimetismo è il serpente corallo. Vive a cavallo tra Stati Uniti e Messico e il suo nome vero è Micrurus fulvius. La famiglia che viene imitata dal corallo è quella degli erythrolamprus (anche loro velenosi ma molto, molto meno del corallo). C’è anche una filastrocca per distinguerli:

Nero su giallo, serpente corallo; rosso su nero, non è quello vero.

falso vero corallo
falso vero corallo

il Sarvan (o l’uomo selvaggio)

l'uomo selvaggio o Sarvan
l’uomo selvaggio

“Era mezzo uomo e mezza bestia. Coperto di peli su tutto il corpo, nell’iconografia tradizionale la sua mano regge un bastone, simbolo di potere e saggezza. Pastore, agricoltore, apicoltore, esperto nell’arte casearia e profondo conoscitore dei segreti della natura, il mito racconta che è proprio lui, l’Uomo Selvatico, il primo abitatore delle Alpi.

Dotato di un’indole sostanzialmente buona, rimase vittima dei crudeli scherzi degli uomini, ai quali pure aveva insegnato come produrre il formaggio e sopravvivere in montagna. Da allora, il Selvatico è fuggito per sempre”. Il ricordo dell’Uomo Selvatico – che non è mai esistito realmente, ma è solo un mito – si perde nella memoria antica della gente di montagna. Nei ricordi popolari, offuscati – oppure, secondo altre prospettive, arricchiti – dalla leggenda, fu appunto quest’essere ancestrale a “inventare” la tecnica per ricavare formaggio e burro dal latte. Il formaggio, in particolare, è un pilastro della cultura alimentare di montagna. Senza di esso la vita degli alpigiani non sarebbe mai stata possibile, in quanto fornisce un apporto calorico non troppo lontano da quello della carne, che però va consumata con parsimonia perché gli animali sono preziosi. “Era esperto anche nell’arte mineraria, sapeva costruire baite e ripari ed era in armonia con la natura. Poteva prevedere il tempo atmosferico e sapeva utilizzare tutto ciò che l’ambiente offriva. Era ciò che noi chiameremmo un saggio, un sapiente”. L’uomo volle imparare da lui i metodi per ottenere il formaggio, per costruire baite più sicure e per allevare gli animali.

Apprese tutto questo. Il Selvatico conosceva però molti altri segreti, come quello di ricavare il siero dal latte, ottenendo in questo modo dal prezioso alimento tutto quanto era possibile. E conosceva ancora molte, molte altre cose, che avrebbe potuto insegnarci. Ma gli uomini, per arroganza, un giorno presero ad umiliarlo, a deriderlo. Lo cacciarono dal loro villaggio – secondo altre versioni gli fecero scherzi crudeli – e lui se ne andò per sempre.

Nel Biellese a far allontanare l’uomo selvatico, e con lui i suoi preziosi insegnamenti, è uno scherzo giocatogli da alcuni giovinastri che resero bollente la pietra su cui era solito sedersi o, secondo un’altra versione, vi posarono una chiave arroventata.

In Val d’Aosta, l’ommo sarvadzo, dopo aver insegnato a produrre i vari tipi di formaggio, voleva spiegare come rendere utile anche il siero del latte servendosi di un fiore, la nigritella. Agli uomini questa operazione sembrava assurda e, mostrando poca riconoscenza e scarsa finezza, risero del selvatico il quale si adombrò, se ne andò e non rivelò mai il segreto che stava per svelare.

Quando c’era vento, l’ommo sarvadzo della Val d’Aosta “si nascondeva e nessuno sapeva dove fosse andato a rintanarsi”. A Coreglia (Lucca) si racconta che l’uomo selvatico ride quando c’è brutto tempo perché sa che poi arriverà il sereno e viceversa piange quando c’è bel tempo perché arriverà poi il mal tempo.

Nel Medioevo le leggende sull’uomo selvatico ebbero una grande diffusione, va anche considerato come a quei tempi fosse abbastanza diffusa la misantropia; certi individui si ritira-vano a vivere in solitudine all’interno di grotte e si isolavano totalmente dalla vita sociale, spesso assumendo aspetti incolti e caratteri introversi. Così le fantasie della mente umana su questi selvatici, veri o presunti, si arricchivano di nuovi elementi e le storie raccontavano quasi sempre di esseri buoni, poche volte cattivi: in questi casi rapivano le donne e potevano compiere altre spiacevoli azioni nei confronti dell’uomo.

In certe zone la credenza nell’uomo selvatico era particolarmente radicata, come in Valsesia; qui sono diverse le località che lo ricordano attraverso le leggende e i toponimi. Nel comune di Quarona, nella zona del Monte Tovo, si trova la Balma dell’uomo selvatico; si racconta che l’essere che vi abitava aveva un debole per le belle ragazze che portavano gli animali al pascolo, il selvatico si sedeva su di una roccia e attendeva il passaggio delle giovani che però un giorno gli tirarono un brutto scherzo, accesero un fuoco proprio sulla roccia dove lui si fermava ad aspettarle e quando fu ben arroventata la ripulirono dai carboni ardenti, l’uomo selvatico arrivò e si se-dette sulla pietra bruciandosi il posteriore, fuggì a grandi balzi giù per la valle e non si fece mai più vedere nella zona. A Campertogno si narra dell’esistenza di un uomo selvatico buono di natura, ma che amava entrare nelle case e nelle stalle quando gli uomini erano assenti e guardare le donne che filavano. Dopo diversi tentativi di catturarlo andati a vuoto per la sua intelligenza, il selvatico venne attirato dalla sua curiosità a calzare un paio di scarpe che erano state lasciate apposta dagli uomini, non riuscì più a fuggire in quanto i suoi piedi non erano abituati a trovarsi intrappolati e venne catturato.

Ad Alagna si racconta che nella Val d’Otro un tempo viveva un uomo selvatico a cui si presentò il diavolo in persona e gli propose che in cambio della sua anima avrebbe fatto diventare quella valle un luogo fertile e assolato dove avrebbe potuto coltivare ogni genere di frutto. Il selvatico, intelligente e che evidentemente possedeva un’anima, non accettò e le case di Otro continuarono a non ricevere i raggi del sole per il lungo e freddo periodo invernale.

il Sarvan o Uomo Selvaggio
il Sarvan